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La lingua dei miei dobermann – e chi educa chi

Due dobermann comunicano attraverso tono, sguardo e movimento, e il loro padrone scopre poco a poco che l’addestramento funziona in entrambe le direzioni.

In passato ero soprattutto a disposizione degli altri. Le mie giornate consistevano nell’aiutare persone, prendere decisioni e portare responsabilità. Ero necessario, venivo notato e trovavo anche conferma in quel ruolo.

Oggi tutto questo si è spostato. Non bruscamente e non secondo un piano, ma in silenzio.

Il mondo è diventato più grande e allo stesso tempo più semplice. Ricomincio a percepire ciò che prima era soltanto sfondo: il paesaggio, la quiete e i ritmi della natura.

Naturalmente non posso paragonarmi ad Alexander von Humboldt, che ammiro molto. Egli osservava la natura nel grande e nel piccolissimo, riconoscendo legami dove altri vedevano soltanto parti isolate. Eppure credo che l’accesso sia simile. All’inizio non c’è il sapere, ma il vedere. Non la teoria, ma l’attenzione.

In questo contesto più ampio anche i miei cani sono diventati più di semplici compagni. Il palcoscenico si è ristretto, ma è diventato più onesto. Al posto di molte persone, oggi sono due dobermann a mettermi alla prova ogni giorno e nello stesso tempo a tenermi con i piedi per terra.

Non parlano nel senso classico, ma hanno sviluppato una lingua propria. Nessuna parola, nessuna frase, bensì un gioco sorprendentemente differenziato di suoni.

Un guaito breve e acuto quando cresce l’impazienza. Un mormorio lungo, quasi nasale, quando cercano attenzione senza voler essere invadenti. Un brontolio profondo e vibrante quando qualcosa non convince o quando vogliono comunicarmi ciò che evidentemente non ho ancora capito.

Con il tempo questi suoni diventano più di un rumore. Nasce una specie di melodia che cambia secondo la situazione, e io imparo a leggerla sempre meglio.

Non esiste una traduzione fissa. È piuttosto un insieme di tono, sguardo, movimento e contesto. E sorprendentemente la mia interpretazione è sempre più spesso corretta.

Ciò che un tempo passava attraverso le parole, oggi passa attraverso l’attenzione.

Poi arriva la parte che si ammette malvolentieri: non sono soltanto io ad addestrare i cani. Anche loro addestrano me.

Un certo suono, una certa sfumatura, e io reagisco. Più spesso di quanto mi piaccia e più rapidamente di quanto avessi previsto.

Non si fermano dove hanno imparato a “premere un pulsante”. Variano i suoni, cambiano altezza, durata e intensità e osservano con precisione ciò che funziona su di me.

Si può quasi vedere la loro “lingua” svilupparsi. Un suono viene ripetuto se ha successo. Un altro viene abbandonato o modificato se la reazione non arriva. Non nasce un vocabolario fisso, ma un sistema vivo che cambia continuamente e si adatta a me.

E io, nella mia presunzione umana, continuo a considerarmi quello che educa.

Non ho smesso di essere percepito. Ho soltanto imparato a percepire meglio. In questo c’è una nuova forma di libertà: nessun appuntamento, nessuna aspettativa esterna, nessun ruolo da soddisfare. Al suo posto c’è un legame silenzioso e chiaro con la natura, con gli animali e infine con me stesso.

Un tempo aiutavo le persone. Oggi sono semplicemente qui. Forse proprio questo è il passo più grande.

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