ArcaNuova · Formazione · Comprendere tardi

L’insegnante che non mi piaceva

A volte, guardando indietro, la scuola sembra una lunga imposizione: alzarsi troppo presto, stare seduti troppo a lungo, imparare troppo a memoria, capire troppo poco.

E sì, alcune cose furono proprio così.

Ma forse non tutti gli insegnanti erano cattivi. Forse allora non sapevamo ancora a che cosa sarebbe servito tutto quel sapere isolato.

A scuola si ricevono spesso pezzi singoli: date, forme, colori, sintassi, prospettiva, formule, regole, linee, angoli, storie. All’inizio tutto giace lì come viti, tasselli e pezzi di legno su un cantiere dove nessuno ha ancora mostrato il progetto.

Non c’è da stupirsi se si diventa scontenti.

Il sapere isolato, senza collegamento, raramente rende felici. Sembra lavoro senza scopo. Solo più tardi ci si accorge che alcune cose dovevano essere imparate una per una perché un giorno potessero collegarsi.

I collegamenti non si riconoscono perché lo si vuole.
Si riconoscono quando nella testa ci sono abbastanza dettagli.

Ci furono insegnanti capaci di trasmetterlo. Il mio insegnante di arte era uno di questi.

Non era uno che svuotava. Riempiva qualcosa. Non forte, non invadente, non con grande teatro. Trasmetteva struttura. Misura. Proporzione. Armonia. La silenziosa pretesa che una linea debba essere giusta prima di poter essere bella.

Allora non sapevo a che cosa mi sarebbe servito.

Oggi riappare. In una casa. In una stanza. In un sito web. In un logo. In un’Arca che non deve semplicemente galleggiare in qualche modo, ma deve anche apparire giusta.

E all’improvviso ci si accorge: alcuni insegnanti non insegnano per il prossimo compito in classe. Mettono dentro di noi qualcosa che diventa visibile solo decenni dopo.

Naturalmente c’erano anche gli altri.

Insegnanti che insegnavano meno di quanto mettessero in scena se stessi. Persone che stavano davanti e sembravano credere che la lavagna fosse un palcoscenico e gli alunni il pubblico delle loro questioni personali irrisolte.

Uno di loro non mi piaceva affatto.

Non il suo modo.

Non il suo atteggiamento.

Non quella sensazione che si trattasse meno di noi che di lui stesso.

Allora mi irritava.

Oggi lo vedo diversamente.

Non con più dolcezza.

Solo con più chiarezza.

Anche da lui ho imparato. Non come volevo essere. Ma come non volevo mai diventare.

Anche i cattivi insegnanti erano modelli. Solo con segno opposto. Mostravano che cosa accade quando l’autorità diventa più importante della mediazione. Quando qualcuno usa la propria posizione per sembrare più grande invece di lasciare crescere gli altri.

Un buon insegnante mostra una strada.
Un cattivo insegnante mostra un limite.
E a volte servono entrambi.

Forse la scuola non era dunque solo buona o cattiva. Forse era un magazzino pieno di pezzi singoli. Alcuni arrugginiti, alcuni storti, alcuni preziosi, alcuni allora del tutto incomprensibili.

Ma anni dopo ci si trova davanti a un proprio progetto, si prende un vecchio strumento da quel magazzino interiore e si pensa:

Ah.

Ecco a che cosa serviva.

Forse questa è la vera formazione. Non solo ciò che si capisce subito. Ma ciò che più tardi impedisce di diventare arbitrari.

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Cane nero dallo sguardo pensieroso
Chi pensa dietro tutto questo?

ArcaNuova non è un prodotto finito, ma un’arca per pensieri da portare con sé, afferrare, comprendere e riutilizzare. Ciò che sta qui non deve soltanto essere letto: deve innescare qualcosa, come impulso, strumento o inizio.

Dietro ArcaNuova ci sono esperienza, osservazione e il tentativo di pensare le cose in modo chiaro e pratico. Senza nebbia psicologica. Senza chiacchiere. Da afferrare direttamente.

Pensieri

Autore di ArcaNuova al mare
Chi scrive dietro tutto questo?

Il suo percorso lo ha portato da odontotecnico a dentista e da dentista a filosofo. Più dei titoli ha conservato gli strumenti: osservazione precisa, anamnesi accurata, diagnosi e la disponibilità ad abbandonare una prima ipotesi quando la realtà non le corrisponde.

I pensieri non nascono da un manuale, ma dall’esperienza: in uno studio dentistico, davanti a un impianto solare, a un router, durante la raccolta delle olive o talvolta nello sguardo di un cane.

Di più sull’autore

Pensieri

Festival delle luci. Pensato dall’uomo, illuminato dalla tecnica.
Come scrive?

Come dentista ero abituato al fatto che collaboratrici d’ufficio ben preparate rivedessero i miei testi medici. Correggevano l’ortografia, levigavano le formulazioni e rendevano leggibili le frasi complicate. Nessuno avrebbe per questo attribuito loro i pensieri medici.

Con la pensione non finì soltanto lo studio, ma anche l’ufficio. A quanto pare solo il Presidente della Repubblica può portare con sé il proprio personale in pensione. Per la revisione linguistica sono quindi passato all’intelligenza artificiale.

La divisione del lavoro è rimasta sostanzialmente la stessa: io fornisco pensieri, esperienze e posizione; l’IA aiuta con la struttura delle frasi, l’ortografia e la rifinitura. Solo che la nuova collaboratrice non ha bisogno di una scrivania né di ferie e mostra un entusiasmo sorprendente per la sintassi.

La nascita conviviale del mio sigillo

Pensieri

Un’onda che si infrange nella Laguna Blu
Perché scrive?

L’autore possiede una curiosità pronunciata e una certa tendenza a seguire i pensieri anche quando gli altri hanno già cambiato argomento. Non tutti desiderano parlare davanti a un caffè di società, tecnica, filosofia o delle assurdità della vita. Probabilmente è anche ragionevole.

Scrivendo, ogni pensiero trova lo spazio di cui ha bisogno e ogni lettore può decidere da sé fin dove seguirlo.

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