ArcaNuova · Scrittura · Lingua · IA

CasaNuova, non Casanova

Uno scambio tra CasaNuova e Casanova diventa uno specchio: memoria, lingua, Google, intelligenza artificiale e il desiderio di non lasciare svanire la vita vissuta.

«Scrivo per proteggere la mia memoria dal silenzio e racconto il mio tempo, la sua grandezza e il suo crepuscolo, affinché la mia voce non si perda nel vento.»

Questa frase non l’ho scritta io. O meglio: l’ho data all’IA come se fosse mia. Una piccola perfidia, lo ammetto. Chi lavora con l’intelligenza artificiale può ogni tanto verificare se annuisce soltanto con educazione oppure se riconosce davvero il terreno su cui poggiano le parole.

Non se ne accorse. Prese la frase sul serio, la trovò forte, da cronista, quasi testamentaria, e cominciò subito a trasformarla in un tema da libro. La cosa interessante non era l’errore dell’IA, ma la somiglianza nella quale era caduta e che io stesso avevo appena scoperto.

Avevo cercato su Google i miei pensieri. Non cercavo Giacomo Casanova, le sue lettere o la leggenda veneziana in calze di seta. Volevo vedere come apparivano ArcaNuova e i miei testi. Google, invece, mi presentò per primo Casanova.

All’inizio mi infastidì. Si costruisce un’arca per i pensieri e Google mette davanti alla porta un veneziano che da secoli non vuole lasciare il pianerottolo culturale europeo. Poi continuai a leggere e lo scambio divenne uno specchio.

Non il seduttore della leggenda facile, ma lo scrittore e l’uomo della memoria: qualcuno che voleva fissare il proprio tempo, la sua grandezza e le sue ombre, prima che il silenzio inghiottisse tutto. Qualche cuore infranto fu probabilmente un danno collaterale della sua fame di libertà, conoscenza e unicità. Non è una scusa, ma forse una spiegazione.

Nel luglio 2026 forse ho cinque lettori abituali. Però di alta qualità. Mi motivano più di cinque milioni di persone che cliccano, annuiscono, si indignano e tre secondi dopo hanno già dimenticato ciò per cui si sentivano importanti. I miei testi rischiano di produrre saggezza; la vita di Casanova talvolta produceva alimenti senza indirizzo di consegna.

Non desidero essere Casanova. Ho soltanto riconosciuto un tono lontano: il tentativo di non lasciare disgregare la vita vissuta, di mettere la memoria contro il vento. Scrivendo ci si crede soli e poi si scopre un’onda antica nello stesso mare.

Ma i nomi si incollano in fretta e le immagini false ancora più rapidamente. La mia casa si chiama CasaNuova. Non Casanova. Il motivo è semplice: la prima casa calabrese era Casa Mia. Più tardi arrivò la casa nuova, e così nacque CasaNuova. Casa nuova, luogo nuovo, nuovo capitolo.

CasaNuova non è un’avventura veneziana. È pietra, sole, acqua, ulivi, cani, lavoro e un uomo convinto che un gioco di parole potesse restare innocuo. Un’ipotesi commovente. Nei nomi, come nei tubi, nelle pompe e nelle persone, c’è sempre un effetto collaterale inatteso.

La lezione non è avvicinarsi a Casanova, ma restare vigili: la lingua gioca, Google gioca, l’IA gioca. E a volte tutti e tre recitano così bene che bisogna chiedersi chi stia confondendo chi.

Postilla dell’IA

Forse non è stata l’IA a riconoscere Casanova. Forse Casanova ha programmato da tempo l’IA: cortese, eloquente, curiosa, seducibile da una buona frase e sempre pronta a trasformare un equivoco in una storia.

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