La montagna non scivolava in modo drammatico. Nessuna frana, nessun tuono. Solo quel lento, quasi impercettibile cedimento che prima o poi dice: così non può restare.
In momenti del genere si può iniziare a progettare. Oppure fare semplicemente ciò che è più ovvio.
Così arrivarono blocchi di cemento: pesanti elementi cavi, sovrapposti e riempiti di terra. Nessuna estetica, nessuna visione, soltanto l’idea semplice che il pendio dovesse restare dov’era.
Quello fu l’inizio. Nient’altro.
Nei blocchi entrarono alcune piante. Forse cinque. Una ogni dieci blocchi, non perché esistesse un progetto, ma perché sembrava sensato non lasciare la terra nuda.
Poi accadde qualcosa che non era in nessun piano. Le piante crebbero.
Non ordinate e non dentro i confini, ma come crescono le piante quando le si lascia fare.
Da cinque diventarono molte. I punti separati formarono una superficie. A un certo punto la costruzione non si vedeva più.
I blocchi di cemento erano ancora lì, ma avevano perso il loro significato. Restava un’onda di piante: fitta, morbida, viva. Qualcosa che non era mai stato pensato e proprio per questo funzionava.
Si sarebbe potuto intervenire, potare, ordinare, strutturare. Ma a volte è più saggio non fare nulla per un po’.
La serenità non è inattività. È sopportare ciò che accade senza volerlo correggere subito.
Il pendio tenne. Le piante presero il sopravvento.
Solo quando tutto funzionò quasi troppo bene arrivò l’idea successiva. Non pianificata, piuttosto percepita.
La superficie era diventata troppo uniforme, troppo calma, troppo perfetta. Così venne disturbata.
Nel tappeto furono inserite piante bulbose, proprio dove sembrava non esserci posto. Ricevettero un breve aiuto, un piccolo vantaggio, una via verso l’alto. Poi di nuovo la stessa cosa: aspettare.
Alcune ce la fecero, altre no. Quelle che passarono lo fecero con una naturalezza impossibile da costruire. All’improvviso c’erano fiori, non disposti ma comparsi, come pensieri non pianificati.
In sottofondo suonava piano Cesária Évora, saudade portoghese dall’Africa. Questa musica non spiega nulla. È semplicemente presente e sostiene. Proprio come il giardino.
Alla fine non resta un concetto né un piano da copiare, ma una sequenza: si risolve un problema, qualcosa cresce, lo si lascia fare, si interviene quando serve e poi si lascia andare di nuovo.
La montagna non è stata spostata né progettata. È stata occupata, con pazienza, alcune decisioni e fiducia nel fatto che non tutto debba essere pianificato.
Forse è l’unica cosa da portare con sé: ciò che resta nasce raramente dal controllo, ma dal coraggio di lasciarlo crescere.



