«La maggior parte dei problemi nasce mentre si cerca di risolvere un problema.»
Attribuito ad Albert Einstein
Il mio primo impianto solare era ormai invecchiato. Lo sviluppo tecnico lo aveva superato da tempo. Ma prima che potesse morire di vecchiaia, arrivò il tornado e sistemò la faccenda a modo suo.
Non era semplicemente vento forte, ma un vortice stretto, largo forse trenta o quaranta metri. Attraversò la cima della montagna da una valle all’altra. A pochi metri dalla sua traiettoria molte cose rimasero quasi intatte. Nel suo solco sradicò interi ulivi, sollevò pesanti chiusini e trasportò pannelli solari fino a trecento metri di distanza.
Perfino la mia barca di otto metri, per otto persone, fu spostata di circa due metri insieme al rimorchio. In totale pesava circa tre tonnellate.
Il mio impianto solare e la baracca di lamiera sottostante si trovavano esattamente sulla traiettoria. Entrambi furono distrutti.
All’inizio vidi soltanto la devastazione. Più tardi l’assicurazione pagò 18.000 euro. Con quella somma potei costruire un impianto nuovo e migliore. Al posto della baracca di lamiera nacque un garage in pietra.
Il tornado, dunque, non aveva solo distrutto. Mi aveva costretto a ricostruire meglio.
Alcuni anni dopo anche il nuovo impianto perse il proprio ritmo. Questa volta non servì alcun vortice. Un singolo componente bruciato provocò un blackout totale.
Dopo la sostituzione del pezzo, l’impianto tornò a funzionare tecnicamente. Ma la sua logica interna era stata sconvolta. In un punto si era interrotta la sequenza dell’intero sistema. L’impianto funzionava ancora, ma non più come previsto. Una parte lavorava nel momento sbagliato, un’altra non veniva risparmiata abbastanza. Il comportamento risultante sembrava inizialmente un guasto molto più grande.
Chi non conosce un impianto del genere forse sostituisce apparecchi a caso. Io cominciai con l’anamnesi: che cosa era successo prima del guasto? Dove si era interrotto il normale svolgimento? Quale cambiamento aveva disturbato l’equilibrio?
La causa non era un apparecchio difettoso, ma una sola impostazione. Un piccolo clic sul telefono ristabilì l’ordine originario.
Quasi senza accorgermene scomparve anche un secondo problema. Da qualche tempo dovevo riavviare il router Wi-Fi quasi ogni giorno. Lo avevo già considerato la causa principale. Solo più tardi capii che anch’esso era soltanto una vittima della stessa anomalia.
Il blackout aveva confuso il controllo. Il controllo confuso aveva mandato fuori ritmo il Wi-Fi. Il Wi-Fi disturbato non riusciva più a controllare correttamente l’energia.
Causa ed effetto si inseguivano in cerchio. Un classico circolo vizioso.
Con un solo clic non scomparve soltanto il problema principale. Quasi incidentalmente guarì anche il secondo.
Dovetti sorridere. Non perché avevo trovato un errore, ma perché ancora una volta diventava evidente che si comprende davvero un sistema soltanto quando si smette di curare sintomi isolati.
Sembra semplice. Ma lo era soltanto perché conoscevo la struttura dell’impianto e l’idea che lo governava.
Un impianto tecnico non è fatto solo di moduli, batterie, cavi e interruttori. Possiede anche una logica interna. Chi non la conosce vede solo singoli apparecchi. Chi la comprende può ricomporre l’insieme dopo un guasto.
Il tornado mi insegnò a costruire in modo più solido. Il blackout mi insegnò a osservare meglio.
Uno lasciò macerie. L’altro confusione. Entrambi portarono alla stessa conclusione:
Gli apparecchi si possono sostituire. La comprensione no.
